LA STORIA DI ARNOLD POLE

LA STORIA DI ARNOLD POLE

Tra i casi più celebri della storia del vampirismo europeo figura quello di Arnold Pole (indicato nei documenti originali come Arnont Paule), un ex miliziano serbo morto intorno al 1726. La sua vicenda è considerata una delle più importanti nella storia del folklore sui vampiri, poiché contribuì in modo significativo alla diffusione di questa credenza in tutta Europa. Secondo i racconti dell'epoca, dopo la sua morte Arnold Pole sarebbe tornato dalla tomba come vampiro, dando origine a una misteriosa serie di decessi nel suo villaggio di Medveđa, in Serbia, situato nei pressi del fiume Morava occidentale, nell'attuale territorio del comune di Trstenik. Le cronache riferiscono che almeno sedici persone morirono dopo aver dichiarato, prima del decesso, di essere state tormentate o aggredite dallo spirito di Pole. Ciò che rese il caso straordinario fu il coinvolgimento diretto delle autorità dell'Impero Asburgico. Per indagare sugli inquietanti eventi furono inviati due medici militari austriaci, Johann Flückinger e Glaser, incaricati di verificare le testimonianze della popolazione. Le loro relazioni descrissero l'esumazione dei corpi e riportarono caratteristiche che, secondo le conoscenze dell'epoca, vennero interpretate come prove dell'esistenza dei vampiri. I medici notarono, ad esempio, corpi apparentemente ben conservati, la presenza di sangue attorno alla bocca e unghie e capelli che sembravano essere cresciuti dopo la morte. Oggi questi fenomeni sono spiegati dalla normale decomposizione del cadavere e dai processi naturali che avvengono dopo il decesso, ma nel XVIII secolo vennero considerati elementi sufficienti per confermare la credenza nel vampirismo. Il rapporto ufficiale fu distribuito in numerosi Paesi dell'Europa occidentale, suscitando enorme curiosità e alimentando quella che gli storici definiscono la "grande epidemia di vampiri" del XVIII secolo. Per la prima volta, infatti, medici e funzionari governativi sembravano avallare l'esistenza di queste creature, contribuendo a diffondere la leggenda anche tra le classi colte. Il caso di Arnold Pole viene spesso accostato a quello di Petar Blagojević, un altro celebre episodio di presunto vampirismo verificatosi pochi anni prima. Insieme, questi due eventi alimentarono il dibattito europeo sui vampiri e influenzarono profondamente l'immaginario collettivo. Ancora oggi gli studiosi ritengono che la storia di Arnold Pole abbia avuto un ruolo fondamentale nella nascita dell'immagine moderna del vampiro, ispirando racconti, opere letterarie e, secoli dopo, film e romanzi horror che continuano ad affascinare milioni di persone in tutto il mondo.

IL TRATTATO DI PASSAROWITZ

Per comprendere il celebre caso di Arnold Pole è necessario fare un passo indietro nella storia. Con il Trattato di Passarowitz, firmato nel 1718, la monarchia asburgica conquistò gran parte della Serbia e la parte settentrionale della Bosnia, territori che fino a quel momento erano appartenuti all'Impero Ottomano. Il dominio austriaco durò poco più di vent'anni e terminò con il Trattato di Belgrado del 1739, che restituì quelle terre agli Ottomani. Durante questo periodo, le nuove province di confine furono amministrate direttamente da Vienna per motivi strategici e militari. Tuttavia, le continue guerre austro-ottomane avevano lasciato il territorio in condizioni disastrose: molti villaggi erano stati distrutti, la popolazione era scarsa e in parte nomade, l'agricoltura era poco sviluppata e l'economia si basava principalmente sull'allevamento del bestiame. Per ripopolare e difendere queste regioni, le autorità austriache incentivarono l'arrivo di nuovi coloni e reclutarono numerosi serbi, molti dei quali provenivano da territori ancora sotto il controllo ottomano. Questi uomini vennero arruolati come miliziani di frontiera, spesso identificati con gli hajduks, ricevendo in cambio appezzamenti di terra e il compito di proteggere il confine dell'Impero sia in tempo di pace sia durante i conflitti. Fu proprio in queste isolate comunità militari, segnate dalla guerra, dalla povertà e da un forte radicamento delle credenze popolari, che comparvero i primi casi storicamente documentati di presunti attacchi di vampiri. Le misteriose morti attribuite a creature non morte attirarono l'attenzione delle autorità imperiali e diedero origine a inchieste ufficiali che avrebbero contribuito alla nascita del mito moderno del vampiro, diffondendo queste inquietanti storie ben oltre i confini dei Balcani.

IL PRIMO FOCOLAIO

Le informazioni sulla presunta epidemia di vampirismo sono conosciute principalmente grazie al rapporto del medico militare austriaco Johann Flückinger, che documentò la seconda epidemia e ne ricostruì gli antecedenti raccogliendo le testimonianze degli abitanti del villaggio di Medveđa. Secondo il loro racconto, Arnold Paole era un ex miliziano che si era trasferito a Medveđa da un territorio della Serbia allora controllato dall'Impero Ottomano. In vita raccontava spesso di essere stato perseguitato da un vampiro in una località chiamata Gossowa (forse l'attuale Kosovo). Per liberarsi dalla maledizione, sosteneva di aver seguito un antico rituale popolare: avrebbe mangiato della terra prelevata dalla tomba del presunto vampiro e si sarebbe cosparso del suo sangue, credendo così di spezzare l'incantesimo. Intorno al 1725 Arnold Paole morì in seguito a una caduta da un carro di fieno, nella quale si ruppe il collo. La sua morte sembrò inizialmente un tragico incidente, ma poche settimane dopo iniziarono a diffondersi racconti inquietanti. Tra i venti e i trenta giorni dopo la sua sepoltura, quattro abitanti del villaggio affermarono di essere stati tormentati durante la notte dal defunto Arnold. Tutti morirono nel giro di poco tempo, alimentando il panico tra la popolazione. Circa quaranta giorni dopo la morte di Paole, gli abitanti del villaggio, seguendo il consiglio del loro hadnack, un ufficiale militare che dichiarava di aver già assistito a episodi simili, decisero di dissotterrare il corpo. Secondo il rapporto di Flückinger, il cadavere appariva sorprendentemente ben conservato. I presenti sostennero che il corpo non mostrasse segni evidenti di decomposizione, che nelle vene fosse ancora presente sangue fluido e che sangue fresco fuoriuscisse dagli occhi, dal naso, dalla bocca e dalle orecchie. Raccontarono inoltre che la camicia, il sudario e persino la bara fossero macchiati di sangue, mentre pelle, unghie, barba e capelli sembravano essersi rinnovati, caratteristiche che all'epoca venivano considerate prove inequivocabili dell'esistenza di un vampiro. Convinti di trovarsi davanti a un essere non morto, gli abitanti del villaggio eseguirono il rituale tradizionale riservato ai presunti vampiri. Piantarono un paletto nel cuore del cadavere e riferirono che il corpo emise un terrificante grido, seguito da abbondante fuoriuscita di sangue. Successivamente il cadavere venne decapitato e completamente cremato. Per timore che la maledizione potesse continuare, furono riesumati anche i corpi delle quattro presunte vittime di Arnold Paole. Anche su di loro vennero eseguiti gli stessi rituali, nella convinzione che potessero trasformarsi a loro volta in vampiri. Oggi gli storici e i medici ritengono che molti dei fenomeni osservati durante l'esumazione fossero il risultato dei normali processi di decomposizione del corpo umano, sconosciuti alla medicina del XVIII secolo. Tuttavia, all'epoca questi eventi furono interpretati come una prova concreta dell'esistenza dei vampiri e contribuirono a diffondere questa credenza in tutta Europa.

LA SECONDA EPIDEMIA

A circa cinque anni dalla morte di Arnold Pole, il villaggio di Medveđa fu nuovamente sconvolto da una misteriosa ondata di decessi. Nell'inverno del 1731, più di una decina di persone morirono nel giro di poche settimane. Alcune si spensero improvvisamente, nel giro di due o tre giorni, pur essendo state in buona salute fino a poco prima; altre morirono dopo brevi malattie caratterizzate da febbre persistente, forti dolori al petto, fitte ai fianchi e violenti spasmi agli arti. L'allarme fu tale che le autorità austriache inviarono sul posto il medico militare Johann Glaser, seguito poche settimane dopo da Johann Flückinger, incaricati di indagare sui presunti casi di vampirismo. Le due relazioni ufficiali non coincidono perfettamente. Glaser riferì che, entro il 12 dicembre 1731, erano morte tredici persone nell'arco di sei settimane, mentre Flückinger parlò di diciassette vittime nel corso di tre mesi. Le differenze sono probabilmente dovute al fatto che il secondo medico giunse sul posto dopo Glaser e poté registrare ulteriori decessi. Tra le vittime figuravano uomini, donne, adolescenti e persino neonati, tra cui Milica, Miloje, Joachim, Stana, Ružica, Rade, Stanojka e altri abitanti del villaggio, a dimostrazione che il fenomeno sembrava colpire indiscriminatamente persone di ogni età. Secondo le testimonianze raccolte da Glaser, gli abitanti ritenevano che l'epidemia fosse iniziata con Milica e Stana. Milica era giunta anni prima dai territori controllati dall'Impero Ottomano. Tutti la descrivevano come una donna onesta e rispettata, priva di qualsiasi legame con pratiche occulte. Tuttavia, aveva confidato ai vicini un episodio inquietante: durante la permanenza nelle terre ottomane avrebbe mangiato la carne di due pecore che, a suo dire, erano state uccise da un vampiro. Secondo le credenze popolari dei Balcani, un simile gesto poteva trasmettere la maledizione del vampirismo. Anche Stana aveva raccontato di essersi cosparsa del sangue di un vampiro per proteggersi dagli attacchi di queste creature, un antico rituale apotropaico diffuso nel folklore locale. Ironia della sorte, la tradizione sosteneva che proprio questo gesto avrebbe potuto condannarla a diventare essa stessa un vampiro dopo la morte. Il rapporto di Flückinger aggiunge un episodio destinato ad alimentare ulteriormente il panico. Stanojka, giovane moglie di un hajduk, si coricò una sera in perfetta salute. Nel cuore della notte si svegliò urlando, terrorizzata, sostenendo che il defunto Miloje, morto da alcune settimane, l'avesse aggredita nel sonno tentando di strangolarla. Da quel momento le sue condizioni peggiorarono rapidamente e morì tre giorni dopo. Per gli abitanti di Medveđa non vi erano dubbi: i vampiri erano tornati. Convinti che la maledizione si fosse nuovamente diffusa, attribuirono l'origine dell'epidemia al fatto che Milica avesse inconsapevolmente consumato carne proveniente da animali ritenuti contaminati dai vampiri eliminati anni prima, tra cui Arnold Paole e le sue presunte vittime. Di fronte alla crescente paura, le autorità ordinarono una nuova serie di esumazioni. Medici militari, ufficiali e notabili locali parteciparono all'ispezione dei cadaveri nel tentativo di comprendere come il vampirismo potesse essersi ripresentato nonostante i rituali di distruzione eseguiti anni prima sui corpi di Arnold Paole e delle sue presunte vittime. Questa seconda inchiesta ufficiale, documentata nei rapporti di Glaser e Flückinger, divenne uno dei casi più celebri della cosiddetta "epidemia dei vampiri" del XVIII secolo. I documenti furono diffusi in tutta Europa e contribuirono ad alimentare il dibattito tra medici, teologi e filosofi sull'esistenza dei vampiri, influenzando profondamente l'immaginario collettivo e la futura letteratura gotica.

L'INDAGINE

Le continue morti e il crescente panico spinsero gli abitanti di Medveđa a rivolgersi all'oberstleutnant Schnezzer, il comandante militare austriaco responsabile dell'amministrazione della zona. Temendo che il villaggio fosse stato colpito da un'epidemia di peste o da un'altra malattia contagiosa, Schnezzer incaricò di indagare il medico imperiale Johann Glaser, specializzato nello studio delle malattie infettive e di stanza nella vicina città di Paraćin. Il 12 dicembre 1731, Glaser visitò il villaggio, esaminando gli abitanti, le abitazioni e le condizioni igieniche del luogo. Al termine dell'ispezione concluse di non aver trovato alcuna prova di una malattia contagiosa. Secondo il medico, le morti erano probabilmente riconducibili alla grave malnutrizione che affliggeva la regione, aggravata dai lunghi periodi di digiuno osservati dalla popolazione secondo la tradizione della Chiesa ortodossa. Gli abitanti, però, respinsero la spiegazione scientifica. Erano convinti che i responsabili fossero i vampiri. La paura era ormai così intensa che molte famiglie si riunivano ogni notte nelle stesse abitazioni, alternandosi tra chi dormiva e chi restava sveglio a fare la guardia. Convinti che i decessi non sarebbero cessati finché i vampiri non fossero stati distrutti, minacciarono perfino di abbandonare il villaggio se le autorità non fossero intervenute. Per evitare il caos, Glaser acconsentì all'esumazione di alcuni dei defunti. Con sua sorpresa, diversi cadaveri apparivano insolitamente ben conservati. Alcuni erano gonfi e presentavano tracce di sangue nella bocca, mentre altri, morti più recentemente, mostravano invece una normale decomposizione. Glaser descrisse accuratamente le proprie osservazioni in un rapporto inviato al comando militare di Jagodina, suggerendo che, per tranquillizzare la popolazione, sarebbe stato opportuno autorizzare i tradizionali rituali di distruzione dei presunti vampiri. Il comandante Schnezzer trasmise il rapporto al Comando Supremo di Belgrado, allora sotto il controllo dell'Impero Asburgico. Il vicecomandante Botta Adorno decise quindi di istituire una seconda commissione d'inchiesta, composta dal chirurgo militare Johann Flückinger, dai tenenti colonnelli Büttner e Johann Heinrich von Lindenfels, oltre ai chirurghi militari Siegele e Johann Friedrich Baumgarten. Il 7 gennaio 1732, accompagnati dagli anziani del villaggio e da alcuni membri della comunità rom locale, gli ufficiali procedettero alla riesumazione dei cadaveri. Le conclusioni della commissione furono molto simili a quelle di Glaser, ma descritte con maggiore precisione anatomica. Secondo il rapporto ufficiale, cinque corpi risultavano ormai in avanzato stato di decomposizione, mentre altri dodici apparivano sorprendentemente conservati. I medici riferirono di aver osservato petto e organi interni contenenti sangue fluido, visceri ritenuti ancora integri, pelle dal colore rossastro e un apparente rinnovamento di unghie e tessuti cutanei, tutti elementi che, secondo le conoscenze del XVIII secolo, venivano interpretati come caratteristiche tipiche del vampirismo. Particolarmente sorprendente fu il caso di Milica. Gli hajduk presenti all'esumazione dichiararono di averla conosciuta per tutta la vita come una donna estremamente magra, mentre il suo corpo appariva ora insolitamente gonfio e paffuto. Un fenomeno che oggi viene spiegato come un normale effetto della decomposizione, ma che all'epoca fu ritenuto una prova dell'attività di un vampiro. Nel rapporto finale, i chirurghi definirono quei cadaveri in "stato vampirico" (Vampyrenstand), una definizione destinata a entrare nella storia del folklore europeo. Terminati gli esami, furono applicati i rituali tradizionali contro i presunti vampiri: i corpi ritenuti responsabili delle morti vennero decapitati e bruciati, mentre le ceneri furono disperse nel fiume Morava Occidentale. Il rapporto conclusivo, datato 26 gennaio 1732 e firmato dai cinque ufficiali della commissione, venne inviato a Belgrado. Pochi giorni dopo, il 13 febbraio 1732, il medico viennese Johann Friedrich Glaser, padre di Johann Glaser e corrispondente della rivista scientifica Commercium Litterarium di Norimberga, ricevette una lettera dal figlio contenente il resoconto dell'intera vicenda. Colpito dall'eccezionalità del caso, la trasmise agli editori della rivista. La pubblicazione della lettera e, successivamente, dei rapporti ufficiali di Glaser e soprattutto di Flückinger suscitò enorme interesse in tutta Europa. I documenti furono ristampati in numerosi libri, giornali e trattati, contribuendo in modo decisivo alla diffusione del mito del vampiro nel XVIII secolo e influenzando profondamente la cultura popolare occidentale.

NOTA DI AUGUSTIN CALMET

Nel rapporto ufficiale redatto dalla commissione austriaca vennero riportate anche le testimonianze raccolte dagli abitanti di Medveđa, secondo le quali Arnold Pole non avrebbe colpito soltanto le quattro persone indicate nella prima epidemia. Secondo i racconti del villaggio, il presunto vampiro avrebbe ucciso anche numerosi capi di bestiame. La carne di quegli animali sarebbe poi stata consumata da diversi abitanti, i quali, sempre secondo la credenza popolare, sarebbero diventati a loro volta vampiri dopo la morte. Tra questi veniva indicato anche il figlio di un uomo chiamato Millo. Sulla base di queste convinzioni, la commissione decise di riesumare tutti coloro che erano morti in un determinato periodo. Dei quaranta corpi esaminati, diciassette furono giudicati in quello che i medici definirono "stato vampirico", poiché presentavano le caratteristiche che all'epoca erano considerate prove dell'esistenza dei vampiri. Come previsto dalla tradizione balcanica, i presunti vampiri furono sottoposti ai rituali di distruzione: venne conficcato un paletto nel loro cuore, i corpi furono decapitati e successivamente dati alle fiamme. Infine, le ceneri furono disperse nel fiume Morava Occidentale, nella convinzione che questo avrebbe impedito loro di tornare a tormentare i vivi. Il verbale dell'intera operazione fu redatto come un documento ufficiale e sottoscritto da ufficiali dell'esercito imperiale, dai chirurghi militari presenti durante le esumazioni e da alcuni dei principali abitanti del villaggio, conferendo all'indagine un carattere formale e giudiziario. Alla fine di gennaio del 1732 il dossier venne trasmesso al Consiglio di Guerra Imperiale di Vienna, che istituì una commissione incaricata di esaminare la veridicità dei fatti riportati. Tra i firmatari figuravano ufficiali dell'esercito asburgico, il capo chirurgo del reggimento e altri medici militari che avevano preso parte alle ispezioni. La diffusione di questo rapporto in tutta Europa ebbe un impatto enorme. Per la prima volta, infatti, un presunto caso di vampirismo sembrava essere stato documentato da autorità militari e da medici dell'Impero Asburgico. Sebbene oggi questi fenomeni siano spiegati dalla scienza come normali processi di decomposizione del corpo umano e dall'influenza delle credenze popolari dell'epoca, il caso di Arnold Paole rimane una delle vicende più celebri nella storia del folklore sui vampiri e contribuì in modo decisivo alla nascita del vampiro moderno nell'immaginario occidentale.